La fleur d’un jour

Renversée au monde comme une anuit devenue jour sur l’autre côté ce que l’on découvre c’est l’immensité,

ross

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Il coraggio di una donna

Il coraggio di una donna di frantumare i muri dell’ipocrisia costruiti dai ceti abbienti e dal potere politico, di porsi a capo di una battaglia in difesa della costituzione da tutti giudicata impossibile, diventa l’esempio di vittoria assoluta per chiunque. Vincere le paure di ritrovarsi soli e non condivisi rende unici e modelli esemplari di comportamento, questo e’ The post questa e’ una donna Katharine Graham come ci si auspicherebbe che fossero se non tutte, almeno la maggior parte delle donne.

Rossella Pompeo

*

The courage of a woman to shatter the walls of hypocrisy built by the affluent classes and by the political power, to put herself in charge of a battle in defense of the constitution considered by all to be impossible, becomes the example of absolute victory for all. Winning the fears of finding herself alone and not shared, makes unique and an exemplary model of behavior. This is “The post” this is Katharine Graham a woman as one would hope they were if not all, at least the majority of women.

Un film che fa sognare

La storia di un’appassionata e appassionante amicizia frutto della stima reciproca che stimola una continua crescita; di ideali che si rafforzano; di attivismo che potenzia gli spiriti. Di coraggio alimentato dall’amore prodotto dei legami prodotto senza prezzo eppure di inestimabile valore che trascende i personalismi lasciando il passo sempre e comunque all’altro da se’, amico fidanzato moglie che sia. Classe operaia come coro di una tragedia che sara’ mondiale ancorche’ greca, ma afono le cui voci sono penalmente annientate e soffocate dallo stridore delle macchine. 

Un coro inconsapevole del suo valore e di cui farsi portavoci ed educatori, in un instancabile desiderio di giustizia dal nome: comunismo. Marx, Hengels, Proudhon e Jenny von Westphalen, Lizzie Burns quando essere donne non e’ bambinescamente pretendere di possedere il potere maschile e competere con esso ma, e’ alimento di esso, e’ fiamma che lo sostiene vivo e vincente in una lotta che si fa comune e avvincente.
La cultura frutto di instancabile ricerca anche a costo della fame, la cultura perseguita ciecamente senza temere, senza ricercare accomodamenti di sorta, la cultura riflesso di una storia di personale sensibilita’ e anche di strenua debolezza, espressione di un uomo che ricerca ed e’ pronto anche a saper perdere ma non e mai la stima dell’altro ma se stesso per l’altro e per la vittoria dell’altro.
Tutto questo e ancora di piu’ e’ Marx, “Il giovane Karl Marx” la storia di un uomo, la storia dell’amore che rende uomini!

Rossella Pompeo

A movie that makes you dream.
The story of a passionate and exciting friendship, fruit of mutual esteem that stimulates continuous growth; of ideals that are strengthened; of activism that empowers the spirits.
Courage fueled by love produced by ties produced priceless and yet of inestimable value that transcends personalisms leaving the step always and however to the other by yourself, whotever it is, a friend a wife. Working class as a chorus of a tragedy that will be of all the world although Greek, but voiceless whose voices are criminally annihilating and suffocated by the screech of the machines.
A chorus unaware of its value and to be spokesmen and educators, in a tireless desire for justice by the name: communism. Marx, Hengels, Proudhon, Jenny von Westphalen, Lizzie Burns when being a woman is not childishly claiming to possess male power and competing with it but, is food of it, is flame that sustains it alive and winning in a fight that becomes common and compelling.
The culture is the result of untiring research even at the cost of hunger, the culture blindly pursued without fear, without looking for accommodation, the culture reflected in a story of personal sensitivity and also the strenuous weakness of a man who is search and ready also to lose but never the esteem of the other but himself for the other and for the victory of the other.
All this and even more is Marx, “The young Karl Marx” the story of a man, the story of love that makes men! chorus unaware of its value and to be spokesmen and educators, in a tireless desire for justice by the name: communism. Marx, Hengels, Proudhon, Jenny von Westphalen, Lizzie Burns when being a woman is not childishly claiming to possess male power and competing with it but, is food of it, is flame that sustains it alive and winning in a fight that becomes common and compelling.
The culture is the result of untiring research even at the cost of hunger, the culture blindly pursued without fear, without looking for accommodation, the culture reflected in a story of personal sensitivity and also the strenuous weakness of a man who is in search and ready also to lose but never the esteem of the other but himself for the other and for the victory of the other.
All this and even more is Marx, “The young Karl Marx” the story of a man, the story of love that makes men!

La donna che faceva crescere gli alberi

LA DONNA CHE FACEVA CRESCERE GLI ALBERI mi portera’ nel mese di maggio, il 23 alle h18.30 nella citta’ di Rovereto dove saremo ospiti de:”Il Furore dei libri”.
La presentazione del romanzo si terra’ presso la sala multimediale della Biblioteca Civica di Rovereto G. Tartarotti.
Agli amici lettori di Rovereto un caro benvenuto, spero di incontrarvi in molti!

Perche’ mai pensare di rinunciare all’esercizio di un proprio diritto?

La titolarita’ del diritto di voto, di cui oggi siamo chiamati a compiere l’esercizio, e’ il frutto di una conquista, percio’ e’ qualcosa da non dare poi cosi’ scontato.
Si realizzarebbe un’ignobile offesa nei confronti di una storia millenaria che ci ha visti sprovvisti di questo diritto e mere vittime di gerarchie assolutiste, non esercitando quello che e’ “divenuto” un diritto di voto.
In un passato non poi cosi’ lontano, il diritto di voto era ristretto, cioe’ limitato per censo (suffragio censitario) o per cultura (suffragio capacitorio).
Si e’ dovuti giungere alla possibilita’ di esercitare il proprio diritto al voto, e cio’ e’ avvenuto solo grazie al suffragio universale nel 1893.
E quale fu lo Stato precursore in questo? Non a caso fu la Nuova Zelanda (la cui legislazione e’ la piu’ avanguardista) anche se in realtà, per quanto riguarda il suffragio femminile, ci furono due precedenti: quello durante l’Epoca della libertà svedese, tra il 1718 ed il 1772, in cui si riconosceva un ristretto diritto di voto per le donne; e nella Repubblica di Corsica tra il 1755 ed il 1769, in virtù della costituzione promulgata da Pasquale Paoli.
In Italia, invece, il suffragio universale maschile, vero e proprio, è stato introdotto solo nel 1918, mentre il voto alla donne è stato riconosciuto addirittura nel 1945 cioe’ solo poco piu’ di cinquant’anni fa!
Come possiamo pensare di darla vinta a una classe di ignobili politicanti non andando a votare?! Cio’ corrisponderebbe al ritornare indietro al Medioevo e al lasciargli cartabianca.
Che poi i voti siano truccati puo’ essere, ma il compiere l’atto in se’ di assumersi la responsabilita’ di scegliere un partito ovvero una coalizione; l’esercitare fattivamente questa scelta recandosi alle urne, e’ gia’ un potere, una forza; quella del fare e dell’esserci, che io esercito contro l’immobilita’ e la rinuncia, derivanti dal credere che ormai e’ tutto perduto, tutto truccato e resta solo da rassegnarsi.
Questo vogliono, la nostra rassegnazione, la nostra implosione ma allora io attuo il mio diritto, che e’ la mia forza, e anche fosse solo idealmente, contrappongo un’azione opposta e contraria che, alla lunga, e in unita’ di intenti con altri come me, non puo’ non produrre esiti positivi.
Uniamoci nel desiderio di essere noi in prmis il cambiamento che vogliamo vedere, invogliamo i rassegnatari a votare, ricominciamo a parlare, scambiamoci un’idea di come vorremmo che fosse la nostra Italia, per favore non muoriamo desolati suicidando le nostre forze che, per fortuna e diversamente da quanto vogliono farci credere, sono illimitate!!!
Roma, il 23 Febbraio, 2018
Rossella Pompeo

“E ripeto: non sono..”

“E ripeto: non sono il vostro flauto,
non sono un giocattolo,
non sono fegato né milza,
né cuore, né cervello.”
Elena Schwarz ripeteva incessantemente nella mia mentre mentre la bisaccia delle sue adorate stelle rifulgeva immensa come una fontana brilla sull’abisso dell’anima e noi avevamo parlato per l’appunto della milza proprio poco prima e, proprio quella stessa sera. La mia milza che, dopo avermi V. condotta facendomi strada verso un tabacchi, e introdotta all’interno con un fare premuroso, avevo con mia meraviglia avvertito dolorante, avviandomi a rientrare verso casa. Sai quel doloretto che ti arriva fastidioso al lato sinistro del corpo e batte come una fitta batte insistentemente? proprio come quando sei piccolo e hai corso tantissimo divertendoti nell’immenso spazio verde di un parco giochi e sei sudato e quel dolore e’ li’ che urla rabbioso? mentre il cuore ti palpita impazzito? sara’ forse la milza? la stessa che si usa dar da mangiare ai gatti? E V. l’ ha tolta la sua, e me lo ha raccontato meravigliandosi di parlarne con qualcuno come mai prima d’ora. E sai la milza a cosa serve? mi interroga da diligente docente quale e’ ma io no, che non lo so. A coagulare il sangue e infatti prima dell’intervento le piccole lesioni infertemi col rasoio usato per radermi, producevano sangue a non finire….e percio’ la cura fu quella di prendere un’aspirina al giorno. E dunque “non sono fegato milza cuore ne’ cervello” ma una donna che riscopre un lato del corpo, quello sinistro, quello del femminile che addormentato, risvegliatosi freme e frigna come un bimbo sano e salvo appena giunto al mondo.
Rossella Pompeo
Roma, il 6 febbraio 2018

Poesia sin fin

“Poesia sin fin” urgentemente e prepotentemente distante dalla realta’, non e’ un film nel classico modo in cui lo si intende ma qualcosa che afferma e nega se stesso allo stesso tempo ed e’ la’ precisamente che risiede la sua forza. Termina non lasciandoti nulla eppure e’ stato presente con elegia e coinvolgendoti per ben due ore ma attivando qualcosa d’altro denominato stupore, incanto, come l’inesauribile forza e calore che promana da una candela che, una volta accesa, ti fa domandare come, come sia possibiile si verifichi un simile fenomeno? Per mano di quale divinita’ una tale magia chiamata fuoco si produce?
“Poesia sin fin” apre interrogativi spalanca occhi con la gravita’ legata ai fatti; e’ duro e atrocemente dolce e reale nella sua irrealta’ e’ pieno di amore cosi’ come appare che sia Jodorowsky, uomo capace di stupire incendiando l’istante per in seguito scomparirsene, come per effetto di un gioco di prestigio.
E’ lui un mago? E “Poesia sin fin” non e’ forse la vita stessa per chi sa coglierla nell’essenza, spogliarla, rischiarsela e amarla pur nella sua imperfetta funzionalita’?

La visione della pellicola in lingua originale ha suscitato la scrittura di questi versi in spagnolo, mia antica e mai sopita passione risalente agli anni del Liceo Linguistico.

Yo estaba discurriendo
con el fuego y
me encantava su voz
roja y demoniaca
como si el
fuego me dijo
perdona tu fuerza
apprecias y pides
sin esperar ninguna
respuesta
porque’ no hay mayor
fuerza que la
capacidad de vivir
plenamente dejando
de lado al pensamento
Rossella Pompeo,
Roma il 10 Febbraio, 2018
@ross’sphoto

Notre année

J’aimerai ta maison
Chacune de ses pierres
Aime amour ma maison
Car j’aimerai la tienne

Nous sommes dans notre maison
Et nous sommes dans notre chambre
La maison est dans notre chambre
La maison est dans la forêt
Et nous marchons dans la forêt
Et je m’appuie sur ton épaule

Le jour entre deux arbres
Est le plus beau des arbres
Entre mains rayonnantes
La plus franche des mains

Nous n’avons qu’une bouche
À fleur de notre amour
Pour vivre pour mourir
Pour chanter et renaître
Dans le plus vieux brasier

Janvier un premier baiser
Janvier tous les mois sont beaux
Mai boucle une barque molle
Le duvet d’une veilleuse
La réponse vient de près
Les ailes retrouvent l’arbre
Et les feuilles le nuage
Chaque fleur a son soleil
Chaque visage est en fleur

Silence vertu d’automne
Silence le chant s’oublie
Et les cloches de la neige
Sonnent Décembre secret
Tu me donnes du courage
Avec toi l’année est belle
Ma bouche des quatre souffles
Fortune des éléments

Nous garderons pour cette année
La résistance de l’enfance
La nudité de la verdure
La nudité de tes yeux clairs
Et sous tes lèvres entr’ouvertes tes seins clairs
Montre tes seins ma révélée
Impose aux autres ton bonheur
Ces deux minutes d’eau claire
Retenues sur la pente et creusant leur éclat

Dans l’ombre je remue à peine
Assez pour dessiner le ciel
Assez pour recueillir les oiseaux du plaisir
Les oiseaux la caresse au joli ventre doux
Les oiseaux la caresse aiguë comme un serpent

Douce et dure bien-aimée
Comme un roc couvert de mousse

Comme un roc et comme un coq
Une mine de lumière
Un coq comme un incendie
Ni d’hier ni d’aujourd’hui
Un mouvement de couleurs
La lumière foudroyante

Désordre du temps passé
Moi pour dissiper la nuit
J’ai risqué tout mon sommeil
Contre un grand rêve et l’éveil
D’entre les vivants d’hier
D’entre les morts de demain.
Paul Éluard
@ross’sphotos

Avrei potuto

Avrei potuto tralasciare
il verso o fraintenderne
il senso dissociarlo
spegnerne la sonorita’
deufraudarlo
incompiuta allora priva
tuttora sarei di un potere che
mi abita nonostante il mio
volere
Rossella Pompeo, Roma
il 23 Gennaio 2018
*
I could have left out
the verse or misunderstanding
the sense dissociate it
turn off the sound
wring it
Me, unfinished then deprived
I would be of a power that
lives in me in spite of my
want
Rossella Pompeo

Eri restata

Eri restata dolce nota di piano
lusinga freccia miele
bocciolo innevato poi fiore luminoso

Eri restata pervasa dai candidi gigli
nel bianco del bianco eri la sposa
silente e austera gioiosa e sincera

Eri restata avvolta dall’incanto
pura come pure le labbra han
sussurrato e sussureranno i felici

Ti amo adagio senza
voltarsi agli anni
Rossella Pompeo
Roma, Febbraio 2018

Cosa racconta

Cosa racconta il fuoco mentre danzando scricchiola nelle
lingue diverse acuminate
flebili come foglie sventolanti?
Racconta legende e fiabe di elfi e fate folletti fuoriescono sorridono
e mi dicono lo sai? cosa? che la felicita’ e’ la tua meta?
Rossella Pompeo, 25 Dicembre 2017
*

What does the fire tell while it dances and crackles in the different weeks accumulates languages like leaves waving?
It tells legends and fables of dwarves and fairies’ elves who, while escaping smile. Tell me, do you know? What? That happiness is your true destination?

December, 25 2017

Rossella Pompeo

Il cammino e’ luce

Il cammino e’ luce
di infinita fonte
tutto intorno a noi e’ amore
dovunque perdona
incontra e scusa e
scusandoti comprendi che
il perdono e’ l’amore che dai a te
*
The path is light
of infinite source
everything around us is love
everywhere you forgive and
meet and excuse and
excusing understand that
forgiveness is love you give to you
Rossella Pompeo

À plus mon jeune ami cip-cip

Buongiorno il gran freddo e’ alle porte! ricordiamoci di lasciare briciole di pane sui davanzali e sui terrazzi x i nostri indifesi amici con le ali…!

Te regarder
doux et petit
par la fenêtre

Après m’avoir appélé
pour si longtemps
avec un si petit cip-cip

Ouvrir te retrouver
sur l’étendoir

Te donner des miettes
de pain et…

te voir t’en fuir

À plus mon jeune ami
cip-cip
Ross, 4 novembre, da: “Le storie del mattino”

Asli Erdogan: « La prison t’aspire l’âme, maintenant je n’arrive plus à écrire »

Sul quotidiano francese L’Autre Quotidien e qui di seguito la mia traduzione dell’intervista di Marco Ansaldo alla scrittrice turca Asli Erdogan pubblicato su Repubblica:“Il carcere ti succhia l’anima ora non riesco più a scrivere”
Sur L’Autre Quotidien, et ici ma traduction de l’article de Marco Ansaldo paru sur le quotidien Repubblica :
Aslı Erdogan: « La prison t’aspire l’âme, maintenant je n’arrive plus à écrire »

La prison, Dante, la Turquie. Ce soir l’écrivaine est au Festival Adriatique Méditerranée d’Ancône, où elle reçoit le “Prix 2017 pour son engagement pour la liberté d’expression et les droits civils en Turquie.” Elle dialoguera à 18h30 avec Marco Ansaldo à la Loge des Marchands
ISTANBUL Aslı Erdogan donne rendez-vous à la Pâtisserie Gezi, pile devant le Parc Gezi, symbole de l’insurrection en 2013 à Istanbul et dans toute la Turquie.
Pourquoi nous voir ici?
« Parce que c’est un endroit familier, un très beau repère. On y rencontre toujours beaucoup de gens et moi je l’aime beaucoup. »
Vous étiez au Parc Gezi pendant ces jours difficiles?
« Bien-sûr, au milieu des protestations. Je me rappelle encore quand je me suis trouvée,tout seule dans la rue, avec un blindé devant. Regardez mes bras : ici, ici et encore ici. Ils sont encore pleins de brûlures, suite aux agents chimiques lancés par la police. Vous n’imaginez pas combien j’ai pleuré durant tous ces jours avec les gaz lacrymogènes. Vous voyez cet immeuble sous lequel nous nous trouvons? »
C’est le Centre culturel Ataturk : ici été suspendu un portrait colossal du fondateur de la Turquie moderne et à la Place Taksim et au parc Gezi la foule le regardait pendant qu’il résistait aux charges. Dans toutes les places du pays, on a imité cet homme qui protestait debout en silence pendant des heures. Sans parler des gens qui se recueillaient, pour les mêmes raisons, avec un livre à lire à la main.
« Oui. Et maintenant cet immeuble va tomber. Le visage de Mustafa Kemal Ataturk était un symbole pour tous ceux qui allaient manifester durant ces jours. Maintenant on va faire ici un grand centre commercial et construire une mosquée. »
Aujourd’hui Asli Erdogan est une femme fière et sensible, qui n’a pas perdu confiance dans son prochain. Même si les quatre mois et demi passés en prison en 2016 – avec l’accusation de soutien au terrorisme seulement pour avoir fait partie du conseil d’administration d’un quotidien pro-kurde (le procès est toujours en cours)– jusqu’à la la libération surprise à la veille du Nouvel An, l’ont durement secouée dans le corps et dans l’esprit. Depuis qu’elle a récupéré son passeport, elle a commencé de voyager et d’aller recevoir les nombreux prix qui lui ont été décernés: en France, où elle a été reçue par le Président Emmanuel Macron, puis en Allemagne où elle a reçu le prix Erich Maria Remarque et participé à la Foire du livre de Francfort. Maintenant en Italie, où elle espère trouver réconfort et surtout la force nécessaire pour revenir à l’écriture.
Elle vient en Italie pour la première fois en qualité d’écrivaine. Comme partout dans le monde, on s’est beaucoup inquiété pour vous.
« Je le sais. De l’Italie je ne ressens que du bon, mais je ne peux pas dire que je la connais. Ce soir au Festival Adriatique Méditerranée d’Ancône je parlerai et je recevrai un prix dont je suis très fière. Mais je n’ai jamais été à Florence, où j’irai enfin demain. Je n’ai jamais visité Rome, et j’attend un jour de voir Naples, la Sicile et tout le Sud. Je me rappelle encore quand, à vingt ans, amoureuse de Dante Alighieri, je lisais l’enfer de la Divine Comédie en mettant devant moi trois livres : la version en turc, la traduction en anglais et l’original en italien. Votre langue possède pour moi quelque chose de magique. »
Et la Turquie d’aujourd’hui?
« Sa seule pensée m’effraie. Parfois la situation actuelle me rappelle l’Allemagne des années trente. Et il n’est pas nécessaire qu’ils mettent des camps de concentration pour faire une comparaison avec le passé. »
Durant les journées de de Gezi, Orhan Pamuk (prix Nobel de littérature) a écrit un article sur le parc, en rappelant que lorsqu’il était enfant, sa famille avait trouvé le moyen d’empêcher l’abattage d’un seul arbre. Il vous a toujours défendue quand vous étiez en prison.
« Oui, je sais qu’Orhan était très préoccupé pour moi. Aujourd’hui il est vraiment notre plus grand auteur.
Avec Elif Shafak. Mais tous les écrivains ne sont pas restés à mes côtés. Une fois je me suis trouvée à un événement avec un collègue, et il s’est tourné de l’autre côté. Je me suis demandée ce que j’avais fait. Puis je l’ai découvert : j’avais signé un appel au service de quelques intellectuels, mais il était sur un autre front évidemment.… »
Que rapports avec vous eu avec le grand romancier d’origine kurde Yashar Kemal, disparu depuis peu ?
« C’était un homme délicieux. Une fois, avec son air paternel, il était venu chez moi et me dit: “Je le sais que tu es pauvre. Rappelle-toi : n’aie jamais honte “. Comment le savait-il ? »
Mais aujourd’hui vous êtes traduite dans le monde entier, vos livres sont publiés en 21 Pays…
« Regardez… je ne sais pas. C’est ainsi. Je vous donne un exemple, concernant votre Pays. N’est-ce pas étrange qu’en Italie pendant des années il n’y ait eu qu’un seul des mes livres, et d’autre part l’un des premiers, Le mandarin miraculeux – publié courageusement par les éditions Keller. J’ai vu que maintenant les éditions Garzanti ont publié mon recueil de textes, Même le silence n’est plus à toi. Je me demande pourquoi les autres livres ne sont pas sortis. Pourtant j’ai écrit huit romans. Il y a cet autre livre, Le bâtiment de pierre, mon dernier, auquel je tiens beaucoup, construit avec une trame étrange et asymétrique, et qu’ailleurs, en Allemagne par exemple, a beaucoup intéressé. Enfin quoiqu’il en soit, que mes livres arrivent dans les mains de lecteurs et leurs plaisent me suffit. »
Parvenez-vous à écrire, depuis votre séjour en prison ?
« Non ».
Pourquoi ?
« Ce n’est pas facile, vous savez ? La privation de la liberté vous aspire l’âme, vous tarit. L’arrestation fut un choc pour moi. Comme écrivaine, ils sont en train de me tuer. La nuit je ne dors pas : j’attends encore qu’arrivent des policiers. La journée je fatigue à m’organiser. Je dois penser à rester en vie. Je ne sais pas ce que je serai l’an prochain. Je prends la littérature très sérieusement, et pour moi l’acte d’écrire nécessite de la concentration. En prison, je n’avais pas de table, il me manquait mes choses, ma maison. Pour écrire une phrase qui mérite d’être lue, il faut parfois une vie. Oui, quand j’étais en prison j’ai écrit quelques notes. Mais j’étais au milieu de 24 femmes. Et heureusement qu’elles étaient là. Je ne sais pas comment j’aurais tenu. Il y avait aussi le réconfort de recevoir lettres, çà aussi c’était important. »
Avez vous eu ouïe dire du soutien de la communauté intellectuelle?
« Bien-sur. Il a été décisif. Et les prix qui m’étaient assignés tour à tour étaient pour moi source de grand réconfort. Et maintenant je compte aller les recevoir tous, si c’est possible. »

Je suis depuis le début les tristes événements liés à la vie de l’écrivain turque Aslı Erdogan. Elle se trouvait en Italie et j’ai traduit pour mon plaisir et pour ce des mes amis françaises cet article paru sur la presse italienne !

Seguo sin dall’inizio le tristi vicende legate alla vita della scrittrice turca Asli Erdogan che nei giorni scorsi si trovava in Italia. Ho tradotto per il mio piacere e per quello degli amici francesi questo articolo apparso sulla stampa italiana. Evviva la liberta’! Asli Erdogan: “Il carcere ti succhia l’anima, ora non riesco più a scrivere”
Roma, il 27 Ottobre, 2017

L’oeil d’Allah, une bizarre coïncidence

Il y avait un jour un oeil
il s’appellait oeil d’Allah

Il y avait un jour une femme
elle s’appelait Aslı Erdogan

Il y avait un jour un corps
tué par la tristesse

Des yeux entourés par des blanches mures
qui ne murmuraient que paroles de mort

Des bras des mains incapables d’écrire
plus aucuns mots prononcé par la conscience

Tout s’était éteint
seule une femme était restée

Il y avait un jour un oeil
il s’appellait oeil d’Allah

Il avait une fonction :
porter des clef bleus comme l’oeil même

Les clef de ma maison depuis que
je n’y irais plus si souvent

Un vieux souvenir de Turquie de ma mère
à mon frère de mon frère à moi

Mes clef les clef de la liberté d’y être
d’y rester d’y amer dans un espace appelé :

famille

Dans un espace redevenu libre de respirer :
l’amour

Les clef le mêmes appellées passport celui de Aslı Erdogan
redevenue libre d’aller partout dans le monde où le monde veut

L’accueillir et où elle peut renaître une nouvelle vie
nommée cette fois :

E S P O I R
Rossella Pompeo
Oeil

A kind of meditation called Mao Jianhua

“…The hero, then, is not Time, but Timelessness [..]” H.M.
Getting in touch with Mao’s paintings, is to make an act of meditation. At the first time I had no intention to see his paintings. A lot of stains of black and white were for me the antithesis of beauty and not attractive for my eyes.
After, something magical has happened to me. Enter in the day of the inauguration of the exhibition, the largest room of the Ala brasini in the monumental Complesso del Vittoriano, where his biggest canvases were hanging, be in front of them: I instinctively feelt a great sense of dynamicity come to me from all that black.
Little by little you enter the black spot and you become absorbed; taking a trip and breathing at the time of such a fashinating but rough nature!
Pointed mountains follow sharp mountains, and fog fogs and hides the wonder of a distant sky and the highs and lows! is like flying! as you suddenly become a bird that fights between the peaks of that imposing and silent mountains!
Roma, il 12 Settembre, 2017
Rossella Pompeo

L’effetto terapeutico del mare

Scritto nel settembre dello scorso anno….

Chiunque mi incontri mi racconta la sua storia, così, senza esitare; tentennando perderebbe il filo quindi, inizia e via di corsa, a farmi dono di eventi passati, futuri; delle cose belle e brutte di quelle che accadranno, oppure no. Godo cioè di quella che Primo Levi chiamava la “virtù confessoria” di cui lui stesso si sentiva dotato.

E anche ieri che ero al mare distesa sotto una luce totale e assoluta; perduto il mio corpo nel tepore di raggi affievoliti dall’usuale ardore perché raggi settembrini, dunque meno brutali e assetati che mai, anche se ad una distanza notevole dal nuovo e altro, immancabile interlocutore, questi invitandomi ad andare più spesso al mare dato l’in-inosservabile candore della mia pelle, chiedendomene il perché io non mi ci fossi fino ad allora mai recata, mi ha chiesto incuriosito se, non ci andassi in inverno io al mare, che so’ alle Seychelles per esempio.

Ma inutile rispondere ché la mia voce quella non la poteva udire, perciò ho continuato ad accennare coinvolgimento alle sue parole attraverso i miei gesti ed ha cosi’ iniziato col raccontarmi dei viaggi suoi e di sua moglie.

Del loro trascorrere una vita intorno e dentro al mondo scendendo e salendo da un aereo così gozzovigliando tra una meta e l’altra; mia moglie con me ha visitato addirittura la Russia in treno, ma  ahimè, oggi non è più possibile, si rischia di non rincasare sani e salvi.

Sono pochi i paesi nei quali si può ancora andare tranquilli, la Spagna per esempio, e lì ci sono spiagge che restano aperte sempre anche a novembre e invece qui, si era a Ostia, no, non è così. Gli stabilimenti chiudono e così niente mare. Perché lui dice, in Italia l’apertura o la chiusura delle spiagge la si collega e la si fa dipendere dalle scuole e invece in Spagna, no, ciò non accade.

Ma ora mia moglie è malata, molto malata. Ha l’alzhaimer, poveretta e abbiamo una donna che la guarda il giorno e la notte e che vuole pure l’aumento. Forse la mia domanda se avevano dei figli deve averla ascoltata perché mi dice che no, non ne hanno anche se è strano perché sua moglie nella vita era stata una ostetrica e di bambini ne aveva visti nascere tanti e anche di notte diceva: devo andare e andava a portarne alla luce uno nuovo.

E anche adesso con lei c’è una polacca ma io ho bisogno di prendere il sole, me l’ha detto il dottore e quindi vengo qua e poi faccio il bagno e vede come mi fa bene, altrimenti in inverno ho tutti i dolori e poi sa una cosa? Io quando mi tuffo nel mare e nuotando mi allontano, canto! E sì, canto le canzoni napoletane di una volta! E’ strano, eh? Ma mi viene di farlo e quando ci sto dentro al mare io sto bene, proprio bene e lei, lei ne deve prendere di più di sole, ci vada più spesso!

Rossella Pompeo

La difficile ma proficua strada della compassione

Riflettevo su quanto ci faccia sentire vicini l’avvenuto attacco terroristico. Su quanto potere abbia di indurci a immaginare la possibilità di un nuovo e ulteriore attacco proprio lì dove siamo, dove vorremmo andare e su quanto si accorcino improvvisamente le distanze rendendo apparentemente privi di confini i territori da noi abitati. Ci fa sentire svelati, privi di protezione e esposti come i corpi divenissero uniti e si manifestassero in un unico corpo gigantesco e solo (il corpo della vittima dolorante e afflitta) e loro, i pochi, sparuti di numero, i più forti e imprevedibilmente i più violenti.

Come si potrebbe ovviare a una tale impotenza? Come poter renderla potenza di noi tutti contro quei pochi? Come annullare il termine violenza; frantumarlo sbriciolarlo eliminarlo? E’ possibile vivere in un mondo interamente pacifico? Sarebbe auspicabile piuttosto utopico ma non impossibile. Sicuramente però alla nostra impotenza dinanzi ad attacchi di simile portata, corrisponde una forza e una capacità che ciascuno di noi ha nel suo quotidiano, di risolvere pacificamente ispirandosi al sano principio della compassione, i piccoli battibecchi, i litigi e le controversie.  I più distanti e internazionali conflitti altro non sono infatti che il riflesso delle nostre piccole liti giornaliere. E non appena mettiamo il naso fuori di casa come non sentirci preda di quella non tanto sottile ma ahimè sempre e più visibile tendenza della più parte a irritarsi, a infastidirsi per un nonnulla e a ingenerare ulteriore reazione affatto placata ma agguerrita ancora e di più?

Soprattutto da parte di coloro preposti al rapporto con il pubblico e quindi in teoria più predisposti e inclini all’ascolto e al sorriso, si riceve invece una risposta sgarbata, un fare infastidito alla prima domanda rivolta non prevista. Assistiamo, quanto meno qui a Roma, dove l’afflusso di persone pare raddoppiarsi di continuo, alla cancellazione delle norme del quieto e sano vivere che reciprocamente andrebbero rispettate. Tutto sconvolto il senso civico in favore di una animalesca e sregolata condotta.

E poi c’è chi pretende di parlare di regole e dell’importanza del loro rispetto, assumendo un atteggiamento equivalente, se non più maleducato, di quello di colui che per primo parrebbe non averle rispettate. E’ così che si instaura una gara al fastidio, una tendenza a dire cosa sarebbe giusto fare partendo dalla errata visione che, solo quanto da noi affermato è corretto e vero. Privati di quel senso compassionevole che, prima e ancora delle presunte regole, dovrebbe indirizzarci a guardare l’uomo e la sofferenza sottesa che il suo gesto vuole comunicarci; siamo tutti con il dito puntato a individuare l’errore altrui ma come non accorgerci che, quello stesso dito, lo teniamo puntato dapprima proprio verso noi stessi?

Siamo noi per primi un’arma capace di ferire noi stessi, in una società che vorrebbe incasellare e ridurre i nostri comportamenti nelle categorie di giusto e sbagliato, rendendoci rispondenti a modelli estranei all’umanità, siamo sempre in preda all’errore e quindi da giudicare. In una simile società dove non c’è più spazio per l’essere libero e appieno ciò che si è, appare difficilissimo stimarsi e stimare qualcun altro, a prescindere dal suo comportamento ma soltanto perché è un essere umano come noi.

In onore di tutte le vittime del mondo sforziamoci di essere i primi ad agire per la pace!

Rossella Pompeo

 

The dancing oleander

Mia madre, quando siamo in presenza di un oleandro, mi racconta sempre come fosse la prima volta, che nei giorni in cui era incinta di me, ne raccolse un ramoscello in autostrada e lo trapianto’ in un vaso. “Quell’oleandro” ormai albero, ogni volta che siamo nel suo giardino, me lo indica aggiungendo: “ha la tua età!” Le passioni materne sono del sano nutrimento!

@rossphoto’s : un oleandro in fiore e la luna

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My mother, when we are in presence of an oleander, tells me how it wasalways the first time, that when she was pregnant with me, picked up a twig on the highway and transplanted it in a vase. “That oleander”, whenever we are in her garden, tells me, adding: “It’s your age!” Mother’s passions are of healthy nourishment!

@rossphoto’s :  a bloom oleander and the moon

Primavera di spighe

Il primo agosto del 2017 sono andata per la prima volta a vedere uno spettacolo di teatro nel posto meraviglioso che ha nome: “I giardini della Filarmonica”. Ero ospite di A. B. regista teatrale e abbiamo assistito alla messa in scena di: “Medea” per la regia di Antonio Tarantino.  Ad inizio spettacolo il primo pensiero è stato quello di comprendere la ragione per la quale  le persone non amano più tanto andare a teatro. Lugubre, disperante, intriso di una schematica rigidità, di voci che urlano voci che urlano voci che u r l a n o e non si parlano e non si parlano e non si parlano. L’incomunicabilità, la severità del vivere, l’immigrazione, le barbe dei musulmani e due attrici come venissero dopo, per ultime; loro le protagoniste asciugate – prosciugate da un testo che le sopprime, le vuole nere: carcerata e carceriera; prive di amore in un mondo apparentemente inidoneo all’amore si incontrano ma per un solo istante è compartecipazione. Io che guardo le stelle di un cielo d’agosto immaginando di scapparmene lassù, diventare parte del cosmo che quasi pesantemente ci tiene in lui racchiusi. Ridiscendo a terra riconciliata e appagata da una forza dirompente e d’un tratto una lacrima mi vela il viso e penso solo all’amore come possibile soluzione del tutto; a ricucire gli strappi; a lenire le ferite e mi affretto a cercare il taccuino nella borsetta e ad annotare: Primavera di spighe.  Compiamo il rituale del gesto di recarci nei camerini per i saluti alle attrici: Annalisa Insardà, fresca, inocente, camaleontica; “sei sempre stata una solitaria” le dice A. “selettiva” replica lei.  Si rinnovano i volti, dagli occhi lo sguardo trapela piu’ vivo, l’effetto catartico del teatro? Mi soffermo a guardare il cartellone all’uscita e dico arrivederci, arrivederci Giardini augurali della Filarmonica, a domani con il grande Sergio Tofano raccontato da Pino Strabioli.

 

Quella casualità che non è casualità

Quando guardare un film al cinema ti fa ringraziare chi l’ha inventato quel cinema e andar via uscendo dalla sala, dopo che i titoli di coda apparsi e scomparsi nel rosa delicato e particolarissimi, sono piacevole scoperta; dopo esser restata seduta sprofondando fino all’ultima nota di una canzone difficile da lasciare in un’estasi appena vissuta ma che si protrarrà fino al giorno dopo facendoti oscillare fra realtà e illusione.  E nel film: “Un appuntamento per la sposa” (che in inglese porta giustamente il titolo: “Through the Wall“)  Machal la protagonista, non fa che vivere una costante tensione; estrema spesso fastidiosa (per chi si riconosce in lei soltanto o per tutti?) fra cielo e terra. E come a voler unire la disgiunzione, quella maledetta frattura che rende dissociati e perduti nella disperazione, talvolta fino a divorare rendendo capaci di appellarsi scemi e diversi, appare un muro: quella tensione fortissima e intollerabile si scioglierà, si ricomporrà la dialettica: testa/cuore e quella discrepanza quella crepa, si sanerà. L’infinito abissale che separa cielo e terra e che in noi prende il nome di angoscia, ansia, potrà come per incanto ricongiungersi nell’essere umano che ne è preda, attraverso qualcosa che bizzarramente, è usato ma per dividere: il muro. Il famoso muro del pianto e uno sfogo su quello stesso muro su cui si lascia si abbandona qualcosa; cui si implora qualcosa; cui si dice infine arrivederci sentendosi come nuovi perché magicamente quell’alta sponda ha unito ciò che non lo era più. Una ritualità fra religione e magia domina il film cui si accompagna una dose eccessiva di dialogo mentale trasposto senza filtri da una protagonista che ha scelto di essere appieno ciò che è senza riparo, di raccontarsi all’altro senza più freni o bugie che fungano da difesa. Quando guardare un film ti mostra ricordandotelo che basta una, un’unica scena, un ultimo primo piano che diventa primissimo della protagonista, per raccontare lo scorrere di anni. Quando il giorno seguente al film ti appare nitida la scena in cui le donne danzano e sono felici e condividono un momento che è unico e imperdibile; e la purezza, quel senso di candore vitale ma spesso inesistente nei film, ti ha contagiata e quella regista Rama Burshtein ha saputo raccontare intelligentemente le donne e la sua religione: l’ebraismo ortodosso. Ma il film svela alcune incongruenze, qualcosa che al momento forse percepisci ma è troppa la curiosità di vedere come va a finire che ti viene impedito di giudicarle e di avvertirle come fastidiose ma ci sono e resteranno: il lavoro della protagonista, per esempio, si addice malissimo al suo ruolo di donna seria e salvo un coniglio fra le sue mani che appare in una scena, unica dell’inizio, il serpente che lei maneggia con disinvoltura, il modo in cui si veste, elegante e da ragazza per bene, l’ignoranza della parola ”droga” rende forse ridicolo il soggetto ma c’è consapevolezza o meno in questo? O è una sottile metafora sulla religione e su una donna osservante che vorrebbe essere alternativa e ribelle ma non riuscendoci del tutto, perché la morale ebraica glielo impedisce …? insomma ci sono troppi segnali di richiami a condizioni umane legate alla religione che purtroppo non so interpretare ma avverto, avverto prepotentemente.

RossellaPompeo

Io celebro la notte

E’ trascorso qualche anno, due, per l’esattezza, da quel Festival: “Entropia” tenutosi a Roma presso l’Ex Mattatoio di Testaccio e soltanto oggi ne ricevo il ricordo! La foto è di Dino Ignani e io sono intenta a leggere: “Io celebro la notte” non scritta per l’occasione ma scelta per festeggiare la poesia in una delle serate romane di fine agosto. Lunga fu l’attesa di salire su quel palco immenso e prepotente(mente) maestoso e io non degna del nome rock star come coloro che presumibilmente ne sono ospitati. Ho fatto del mio meglio e la luna ha illuminato tutti i poeti presenti a attendere ciascuno il suo turno e così io attendevo e conoscevo un poeta, un romanziere, un uomo affascinante e essenziale per non dire fondamentale della poesia visto il ruolo che ha avuto nel permettere a noi italiani di conoscere l’unica più alta e inarrivabile, lei, Emily Dickinson essendone il traduttore e lo scopritore, lui, Silvio Raffo.

Ho amabilmente parlato e ricevuto i complimenti a “Io celebro la notte” (da lui considerata precisa e essenziale al pari di una poesia inglese) lui,uomo elegante e ineguagliabile, nello stile nel parlare nell’essere, in presenza del quale si è improvvisamente catapultati in un’atmosfera di altri tempi, quelli della raffinatezza, del bello, della gentilezza, dell’inimitabile savoir faire.

Daniela Rampa, moglie del grande Vito Riviello era con noi e mi suggerì di chiedere a  Silvio Raffo di tradurla in inglese e è ciò che ho fatto ma aspetto ancora!

Con vero piacere ripropongo qui quella poesia scritta in una notte insonne e lunga tanto quanto basta a dire addio a un amore dolorosissimo e insidioso che non si decideva a abbandonare il mio cuore il mio animo la mia vita rendendoli tristi e annaspanti. Esprimo un saluto gridandolo affinché lo possa sentire, a colui che ormai non è più con noi ma che è stato tra i più grandi animatori della cultura romana: Simone Carella e infine il mio grazie è rivolto come sempre e mai scontatamente a VOI miei lettori adorati!

Attenti a voi, scapoli impenitenti!

“Il filo nascosto” soggioga con ottime inquadrature e una colonna sonora da sogno e ambientazioni e recitazione ineccepibili; peccato che il tutto, non sia pero’ sorretto da una sceneggiatura degna di questo nome.
Dialoghi ammiccanti, un Daniel Day-Lewis con il quale pensare forse di ricreare l’atmosfera affascinante unica e insuperata, perche’ ineguagliabile, de: “Il paziente inglese”?
La pellicola scorre in modo da creare tensione a suon di glamour e fascino ma, alla scoperta di cosa? Quel qualcosa che non arrivera’ mai in un perdurante stato d’attesa, rendendo il protagonista uno zimbello.
Ridicolo l’espediente dei funghi usati per avvelenare, una pochezza destinata a ripetersi, sorretta dal glamour che luccica e ti trattiene e ti induce a continuare, per infine, sentirti preso in giro.
Cosi’ Paul Thomas Anderson, ci illude tutti, indorando una storia puerile, fatta di luoghi comuni e antiche saggezze orientali, di vendette ad effetto si’ ma proprie dei veri film storici.
Un potpourri nauseante! In cui desta sorpresa, ma e’ qualcosa che ahime’ accade sempre piu’ spesso, e cioe’, che siano scelte attrici protagoniste in tutto e per tutto rassomiglianti ad altre, gia’ note, e affermate.
E allora, come non notare qui, l’innata rozzezza accentuata certo, del personaggio interpretato da Vicki Crieps che rievoca una spesso impacciata e dall’aria “campestre” della brava, pulita e semplice ragazza della porta accanto, di Alba Rohrwacher? cui si aggiungono anche i tratti fisici a conferma di un simile richiamo?
Le spalle ricurve, la squadratura del volto e Leslei Manville? che, nella magrezza e nell’essere minuta, e nei tratti del volto e nella capigliatura, ricorda una Marguerite Duras qui raffinatissima. E’ questo il frutto del caso o di una pura volonta’? Vedere dei volti nuovi, immacolati, che rapiscano per novita’ caratteriale, invece? non e’ pensabile?
Il cinema copia se stesso, gioca rimanda richiama, e’ forse sparita la capacita’ di scegliere o si deve giustificare il tutto, renderlo plausibile, in nome del caro vecchio business?
Manca quel respiro chiamato vita, quel naturale procedere degli eventi, c’e’ una macchinazione stancante di mediocre fatturazione gia’ intuibile ad inizio film dall’espressione: “in un battito di ciglia”… in uso ed abuso ormai da anni e commercialissima, possibile attenuante: i traduttori dei dialoghi?

Rossella Pompeo