SE MI STACCO DA TE MI STRAPPO TUTTO

Edoardo Sanguineti

Ieri notte Edoardo Sanguineti è venuto a visitarmi in sogno. L’accaduto mi ha lasciata alquanto emozionata. Mi è apparso vivo e nel pieno delle sue forme fisiche seduto di fronte a me nello stesso tavolo dove è presumibile avessimo da poco mangiato. Io ero tutta intenta a raccontargli che in realtà lo credevo morto. Che esattamente un anno fa ero a vederlo al Goethe Institut di Roma dove,  in collaborazione con il Festival Mediterranea, era stata organizzata una serata per festeggiare i suoi 80 anni e nonostante avessi con me una copia di “Capriccio italiano” e tutta l’intenzione di farmelo autografare, non ci fossi riuscita. Aveva prevalso una sensazione assai insolita e forte che mi aveva privata dello slancio necessario ad andare di fronte a lui a regalargli una copia del mio libro e a richiedergli di lasciare un segno indelebile della sua presenza su quello che era un libro preso da me in prestito alla Biblioteca di Villa Mercede. Non ci ero riuscita. Ricordo esattamente la sensazione che mi aveva fatto il rivederlo invecchiato molto e in condizioni fisiche niente affatto eccellenti. Con il bastone alla mano e un aspetto non tale da esprimere forza né tanto meno energia. Ciò mi aveva sconvolta. Lasciandomi addosso un senso di sconfitta. Mi appariva così arreso a una condizione più forte di lui. Il Sanguineti allegro e pieno di vitalità come la volta di qualche anno prima in cui lo ascoltai alla festa dell’Unità sempre a Roma nel parco nei pressi di Piramide, mi comunicava che qualcosa di più grande e potente se ne era impadronito. La serata al Goethe Institut era stata non meno emozionante accompagnata dalle note di Fausto Razzi e un’interpretazione attoriale delle parole del poeta scrittore, toccante e nuova.  Me ne ritornai a casa con i miei due libri sotto braccio. Cinque giorni dopo, il 18 maggio 2010, Edoardo Sanguineti moriva. Ed è a distanza esatta di un anno che Sanguineti è venuto a visitarmi nella notte per chiedermi, è evidente di essere ricordato. O forse è mia la necessità di volerlo fare così intima covata dentro e sbocciata proprio in prossimità di una data chiave. Amavo e tuttora le sue poesie. Il senso della famiglia che questo poeta aveva. Le poesie numerose dedicate alla sua fedele Luciana, quelle rivolte ai figli. Il suo profondo dispiacere nei confronti della realtà contemporanea priva di un senso del vivere dove ha trovato spazio l’avverarsi di una sua profezia scomoda, fastidiosa al solo udirla che staremmo cioè avviandoci a divenire una società di subalterni nell’accezione più gramsciana del termine. E’ così. Il lavoro nobilita l’uomo diceva qualcuno ma oggi che non ce n’è più, oggi che si fatica a rintracciarci a individuarci poiché la nostra natura umana appare non più conveniente alla logica del profitto, siamo divenuti come merce di scambio: intercambiabili. Come anche l’idea stessa di famiglia. Risulta qualcosa di vecchio ormai superato nell’ottica di una facile separazione da quanto non ci piace più non ci sta più bene e del quale ce ne priviamo proprio al pari di una merce che, non ci soddisfa più. E senza esser in grado di quel: “se mi stacco da te mi strappo tutto: ma il mio meglio (o il mio peggio) ti rimane attaccato, appiccicoso, come un miele, una colla, un olio denso: ritorno in me, quando ritorno in te: (e mi ritrovo i pollici e i polmoni):..”  che esprime l’idea di entità amorosa capace di vivere e sentire come si fosse abitanti di un medesimo corpo e disposti a una capacità: la pazienza. Connaturata agli uomini di una volta e tale da renderli così saldi e inamovibili sì, ma almeno autentici e fieri di difendere dei valori ritenuti vitali. E così i figli. Resi fagotti da depositare qua e là e da condividere. Mi sono sentita dire da un tizio, che è separato, di avere una figlia in “condivisione”. La tengo per due giorni alla settimana, mi ha detto, e poi un fine settimana sì e uno no. Ecco il senso del profondo dispiacere che può essere abbia afflitto il Sanguineti rubandogli il sorriso suo solito e quel senso di forza proprio dell’attitudine all’ironia e di chi riesce ad averne. Una forza che aiuta a tollerare quanto di più lontano dall’essere uomini esista. Una cosa mi consola: Sanguineti deve aver passato il testimone. Il bastone stretto nella sua mano lui deve averlo simbolicamente lasciato a qualcuno. Ai figli e a noi. Il passaggio temporale, la tradizione, il senso della nostra storia lui ci teneva a comunicarlo mediante la poesia alla sua prole e grazie ad essa a noi. Testimoni muti e ascoltatori voraci della sua affezione alla vita.

che peccato, però, figli miei cari (e che orrori che vi siete perduti,

voi), che non vi siete visto il vostro nonno, con il suo torace

da calzolaio (che si dice pectus excavatum), tremare e delirare, come

tombé en enfance, baciando le mani ai medici:

                                                                  le sue parole

estreme, poi, non le ha pronunciate lui, ma Carol al telefono,

parlando di sua madre ormai in coma, quando ha detto che era una donna

piena di tanta gentilezza:

                e quando ha aggiunto, allora: il garbo è tutto:

 

 

ho insegnato ai miei figli che mio padre è stato un uomo straordinario:                                                                                                                                                           [(potranno

raccontarlo così, a qualcuno, volendo, nel tempo): e poi, che tutti

gli uomini sono straordinari:

                                                    e che di un uomo sopravvivono, non so,

ma dieci frasi, forse (mettendo tutto insieme: i tic,

i detti memorabili, i lapsus):

                                                e questi sono i casi fortunati:


poesie tratte da: “Mikrokosmos”, Poesie 1951 – 2004, Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano, 2006


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