Quando la sera

Frank Wilbert Stokes (American, 1858-1955)

Quando la sera si faceva più prossima e le voci e i suoni interrompevano il loro consueto rumore e il silenzio si abbandonava al vuoto limpido e leggero fino quasi a cascarci dentro e così imbiancare tutto rendendo distante ogni cosa dall’altra senza possibilità alcuna di contatto se non per il tramite del ricordo allora si approssimava la serenità. Il pensiero della compiutezza del giorno comunque esso fosse andato corrispondeva a una gioia a uno stato di risveglio quasi il giorno fosse per incominciare daccapo e ancora e tutto da scrivere come nulla accaduto. E le ore riprendere fiato e le anime poter ancora e ancora approfittare di ciò che non del tutto pareva essere andato perduto. E il rarefarsi delle sensazioni i cinguettii ultimi a dire che essi c’erano e c’erano ancora e che fra poco a loro la notte avrebbe tolto il suono e la facoltà di dirsi e ripetersi e io ancora e ancora china sui tasti a tentare di dare forma a un’ansia scioltamente dipintasi presto atta a ripartirsene non appena la sera si approssimava a me e io a lei. E l’immaginarmi parte di un corpo più grande e  pronto a interrompersi per cedere a qualcosa di irrisolto, il ricomporsi come parte di un unico immenso corpo privato di volto e dove ognuno altrettanto ne era sprovvisto, questa idea di uguaglianza e mancata separazione; l’essere nel centro di un tutto non diseguale ma comprendente e comprensivo e ospitante senza più la foga del dirsi e del darsi e del fare; senza la molle ambizione a costruirsi diversi da una natura omogenea senza l’anelarsi dell’altro ma essere l’altro, esserlo nell’ambiguo buio il dissidente refrattario spazio non definibile nei confini non databile non perfettibile negazione esso stesso di se stesso; questo apparente nulla ospitante al pari di un ventre grasso e rigonfio; dove le onde sonore si accumulano e diventano un unico corpo dove la specie si fonde dove i versi si inseguono in un sopirsi distanti dove il tu e l’io di chi non si risparmia si incontrano dove la separatezza può divenire unità grande maglia il cui filo è intriso di sonno; l’affidarsi dopo aver annusato e il provare a lanciarsi nell’altro ospitarlo renderlo parte di sé senza più la proibizione a disporre in file ordinate e celeri o la pioggia a bagnare teste ancora rasate che non permettono al vasto mondo di recensirle nell’età. Ecco il fine ultimo dell’ambientarsi dell’essere esseri che si cimentano sempre che ahi loro non sanno non possono sapere sempre forse immaginare tirare a indovinare ma spesso no; non è semplice intuire e rintracciare il futuro già prima che le ore abbiano assecondato i giorni e i giorni i mesi e i mesi gli anni e le nostre facce aver mutato d’aspetto e colore i nostri occhi essersi depressi a cercare di capire di rintracciare un morceau di credibilità di fronte a quelli altrui quando più nessuno immaginava di poter fare colpo e contrastare un corpo che incautamente voleva irretire il nostro renderlo impotente incastrandolo sottoporlo a giudizio a imperituro diniego di essere e di agire. Ma la fecondità della parola arriva tempestiva incede nella sua rete induce intriga sapere fin dove porterà sapere che è infinita è immortale è destinata a continuare imperversando in un mare di contenuto che distoglie distraendo permette di navigare altrove in mari desolati forse dove altre anime non sono ma dove si respira della buona aria; dove si è faccia a faccia con l’inconsueto e questo costringe ad agire una forza che non si sapeva di avere e che permette pure quando ci si crede vinti di riscattare tutto e ancora e meglio del passato guadagnare e spingersi fino dove altri non oserebbero e così incentivare anche quelli che non oserebbero ad andare oltre a non accontentarsi.

©Rossella Pompeo

 

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