Vogliamo romanzi come prodotti di fabbrica?

La figura di Elena Ferrante, scrittrice di cui ignoriamo l’identità, continua a destare sospetti e ad infiammare polemiche. E’ di questi giorni la notizia di una sua possibile partecipazione al Premio Strega. Vorrei perciò proporvi qui un mio vecchio articolo: “Vogliamo romanzi come prodotti di fabbrica?” apparso su: “Le reti di Dedalus” la rivista online del Sindacato Nazionale Scrittori; una buona lettura.

1_amore_molesto

http://www.retididedalus.it/Archivi/2010/aprile/LUOGO_COMUNE/1_affondi.htm

Parto dalla rilettura di un libro: L’amore molesto (E/O, 1992) per avviare una riflessione sulla figura dell’editor. Nel libro della Elena Ferrante è per me evidentissimo il ruolo che, sotteso alle sue parole, ha avuto l’editor. La scrittura della Ferrante appare così ferrea, determinata, stentorea da rischiare di divenire artificiale. E alla riflessione su quella figura editoriale dal nome editor si affianca sempre più la consapevolezza che, nel caso di questo libro, il suo intervento deve essere stato davvero decisivo. La scrittura risulta tamburellare sulle pagine in un’instancabile incetta di suoni ripetitivi nel ritmo che si succedono senza posa. Un fraseggio breve. Una punteggiatura metodica. L’editor deve aver in questo caso lavorato bene di cesoie.

Pensando alla letteratura abituata a farsi da sé senza l’intervento di alcun altro pretenda modificarne la struttura fino ad andare ad intaccarne la musicalità, sento il libro della Ferrante non convincermi. Non c’è sentimento nelle sue parole. È una scrittura arida; determinata. Non c’è segno di quelle contorsioni letterarie pure parte interessante dello scrittore perché rivelano il suo mondo ancora più dei personaggi dietro i quali il suo io vuole celarsi. Il modo di scrivere lascia trasparire euforie prede dell’impeto, l’ispirazione fantasiosa del narratore ci prende per mano conducendoci febbrilmente a scoprire volti e ambienti, rendendo più articolata la lingua che l’esprime e a questo noi lettori non dovremmo abituarci a rinunciare. E non è bello ascoltare le intime sommosse di un animo, il non voler relegare la sua scrittura ad un suono unico e arido a scandire privo di eccentricità il succedersi di pagine ma anzi concedersi delle aritmie facenti l’opera in quanto imperfezione?

Allora della perfezione ritmica e ridondante del libro nuovo di zecca rimaneggiato a quattro mani, c’è da dubitare. La capacità dello scrittore di concedersi delle defaillances (è da considerarsi una capacità perché la scrittura è creatività alla quale si accompagna solo in una giusta dose la regola) e il taglio e cucito vanno benissimo ma fino a quando ne sia lo stesso autore l’artefice altrimenti non è uno scrittore.
Mi si dirà giovare alla storia la possibilità di renderla più funzionale scardinandola da eventuali raggiri tali da appesantirla ma dove va a finire lo stile dello scrittore? Vogliamo i libri come prodotti di fabbrica qualcosa di confezionato e quindi riconoscibile già soltanto in base alla casa editrice che li ha generati? E se di generazione si tratta, un libro è giusto educarlo in base all’ottica e alla luce di convinzioni e modi di pensare di un editor? E chi è l’editor? Uno che avrebbe aspirato a fare lo scrittore ma ha dovuto ripiegare altrove e camuffare la sua voglia sotto quella dell’essere colui il quale lavora per il bene dell’opera? E se l’editor fosse più bravo e più scrittore dello scrittore stesso? Allora vincono le storie? E solo chi sa catturarne una eclatante dipanandola e intrecciandola e così rendendola un romanzo perché moltiplicata per 100 o 200 pagine, può dirsi scrittore? Tanto si avvale del proficuo editor che saprà modellarla e confezionarla a dovere.
La fabbrica del libro è il risultato di un’editoria che pur di arricchirsi è disposta a tutto avvalendosi di figure professionali la cui collaborazione saprà far aumentare non solo il prezzo previsto dal contratto che il novello scrittore dovrà pagare ma pure gli esiti di mercato. Inviterei alla lettura del saggio “I romanzi di E. M. Forster” di Virginia Woolf apparso in appendice all’opera Casa Howard nell’edizione Feltrinelli 1997 dove sorprende la sua mirabile affermazione: “Nessuna meraviglia se spesso avvertiamo correnti contrarie che scorrono opposte l’una all’altra e impediscono al libro di imporsi e sopraffarci con l’autorità di un capolavoro. Tuttavia se c’è un talento più indispensabile di un altro per un romanziere, questo è la forza unificatrice – la visione singola. Il successo dei capolavori sembra trovarsi non tanto nella loro immunità dai difetti ma nell’immensa persuasività di una mente che ha completamente dominato la propria prospettiva”.
E in questo sta il ruolo dello scrittore: tenere a bada un’opera, controllarla che non ecceda modulando i contrastanti stati d’animo ma non azzerandoli deturpando così l’opera del suo vero volto. La capacità della persuasione deve farsi largo pagina dopo pagina, crescere e condursi a noi per rapirci e meravigliarci dando e poi togliendo quanto dato per successivamente riaffermarlo con imprevisto furore e così continuando. Un romanzo non deve farsi carico di rispettare la guerra che è la vita e di essa i sentimenti mai omologati, ma sempre differenti e tumultuosi che ci aleggiano dentro? E non dev’essere uno specchio fedele di ciò senza smentire quell’unitarietà che ci riconduce a noi singoli restati muti ogni volta dinanzi alla dimensione sempre e nuovamente meravigliata che è la vita? L’intimo moto dà volto a un libro. È quello sotto la superficie, l’alimenta e ci alimenta. Ci desta o ci annoia ci sopraffà o lascia immutati.
La prospettiva di usare il guizzo dello scrittore che ha creato una storia per uniformarla e renderla priva di salti, di contrappunti, di vita, è deludente. Penso allora che la Ferrante sia l’autrice di una meravigliosa sceneggiatura quale nella realtà si è dimostrata (L’amore molesto ha ispirato l’omonimo film di Mario Martone) e penso altrettanto che la purezza dello stile dello scrittore non vada inquinata con l’asetticità di cui è capace l’editor sovvertendo il vero senso di un’opera: la personalità di colui il quale scrive. Non illudiamoci che il prodotto confezionato sia migliore. Perché forse oggi anche la scrittura necessita di rispondere a dei canoni di veloce consumabilità e comprensibilità? Ciò conduce a uno schematismo al quale la scrittura si sottrae per natura e al quale anche noi abbiamo il diritto di sottrarci come lettori. Il romanzo rischia di perdere la sua più alta funzione di scoperta per chi si accinge a curiosarci dentro.

http://www.retididedalus.it/Archivi/2010/aprile/LUOGO_COMUNE/1_affondi.htm

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