Ma loute, un gioiello che fa fumo

Irritante fastidioso eccessivo da non vedere. Una trappola creata ad arte da chi usa la testa e non il cuore, piena di crudeltà e efferatezza; un gioiello che fa fumo. Volti dai nomi altisonanti posti sublimi spettatore deluso dalla pochezza di una mente incapace di andare oltre lo scontato cliché borghese limitandosi a raffigurarlo senza il benché minimo tatto artistico ma da  filosofo disincantato e ridotto ad indagare una realtà nella quale è lui stesso incatenato e che decide allora di deridere.

Bruno Dumont non supera i suoi personaggi, ne è parte gioca con loro; vuole dominare ma a quanto pare riesce a farlo solo con certe ignobili inquadrature iniziali (da documentario naturalistico) invase da una natura prepotentemente bella e attraente. Lui non guida si lascia guidare e a un certo punto non sapendo più come uscirne costringe lo spettatore a colludere con questa ridicola messa in scena del fallimento.

Immensa rabbia per la serietà attoriale e umana di Luchini piegatasi all’ormai, a quanto pare imprescindibile, idolatria dei tempi moderni per il bel nulla e la violenza.

Non ricorda forse “Ma loute” “L’auberge rouge” vecchia pellicola del 1951 di Claude Autant-Lara? Chissà che il filosofo-regista di “Ma Loute” non abbia trovato ispirazione proprio in quel film?

Rossella Pompeo

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