Quella casualità che non è casualità

Quando guardare un film al cinema ti fa ringraziare chi l’ha inventato quel cinema e andar via uscendo dalla sala, dopo che i titoli di coda apparsi e scomparsi nel rosa delicato e particolarissimi, sono piacevole scoperta; dopo esser restata seduta sprofondando fino all’ultima nota di una canzone difficile da lasciare in un’estasi appena vissuta ma che si protrarrà fino al giorno dopo facendoti oscillare fra realtà e illusione.  E nel film: “Un appuntamento per la sposa” (che in inglese porta giustamente il titolo: “Through the Wall“)  Machal la protagonista, non fa che vivere una costante tensione; estrema spesso fastidiosa (per chi si riconosce in lei soltanto o per tutti?) fra cielo e terra. E come a voler unire la disgiunzione, quella maledetta frattura che rende dissociati e perduti nella disperazione, talvolta fino a divorare rendendo capaci di appellarsi scemi e diversi, appare un muro: quella tensione fortissima e intollerabile si scioglierà, si ricomporrà la dialettica: testa/cuore e quella discrepanza quella crepa, si sanerà. L’infinito abissale che separa cielo e terra e che in noi prende il nome di angoscia, ansia, potrà come per incanto ricongiungersi nell’essere umano che ne è preda, attraverso qualcosa che bizzarramente, è usato ma per dividere: il muro. Il famoso muro del pianto e uno sfogo su quello stesso muro su cui si lascia si abbandona qualcosa; cui si implora qualcosa; cui si dice infine arrivederci sentendosi come nuovi perché magicamente quell’alta sponda ha unito ciò che non lo era più. Una ritualità fra religione e magia domina il film cui si accompagna una dose eccessiva di dialogo mentale trasposto senza filtri da una protagonista che ha scelto di essere appieno ciò che è senza riparo, di raccontarsi all’altro senza più freni o bugie che fungano da difesa. Quando guardare un film ti mostra ricordandotelo che basta una, un’unica scena, un ultimo primo piano che diventa primissimo della protagonista, per raccontare lo scorrere di anni. Quando il giorno seguente al film ti appare nitida la scena in cui le donne danzano e sono felici e condividono un momento che è unico e imperdibile; e la purezza, quel senso di candore vitale ma spesso inesistente nei film, ti ha contagiata e quella regista Rama Burshtein ha saputo raccontare intelligentemente le donne e la sua religione: l’ebraismo ortodosso. Ma il film svela alcune incongruenze, qualcosa che al momento forse percepisci ma è troppa la curiosità di vedere come va a finire che ti viene impedito di giudicarle e di avvertirle come fastidiose ma ci sono e resteranno: il lavoro della protagonista, per esempio, si addice malissimo al suo ruolo di donna seria e salvo un coniglio fra le sue mani che appare in una scena, unica dell’inizio, il serpente che lei maneggia con disinvoltura, il modo in cui si veste, elegante e da ragazza per bene, l’ignoranza della parola ”droga” rende forse ridicolo il soggetto ma c’è consapevolezza o meno in questo? O è una sottile metafora sulla religione e su una donna osservante che vorrebbe essere alternativa e ribelle ma non riuscendoci del tutto, perché la morale ebraica glielo impedisce …? insomma ci sono troppi segnali di richiami a condizioni umane legate alla religione che purtroppo non so interpretare ma avverto, avverto prepotentemente.

RossellaPompeo

Io celebro la notte

E’ trascorso qualche anno, due, per l’esattezza, da quel Festival: “Entropia” tenutosi a Roma presso l’Ex Mattatoio di Testaccio e soltanto oggi ne ricevo il ricordo! La foto è di Dino Ignani e io sono intenta a leggere: “Io celebro la notte” non scritta per l’occasione ma scelta per festeggiare la poesia in una delle serate romane di fine agosto. Lunga fu l’attesa di salire su quel palco immenso e prepotente(mente) maestoso e io non degna del nome rock star come coloro che presumibilmente ne sono ospitati. Ho fatto del mio meglio e la luna ha illuminato tutti i poeti presenti a attendere ciascuno il suo turno e così io attendevo e conoscevo un poeta, un romanziere, un uomo affascinante e essenziale per non dire fondamentale della poesia visto il ruolo che ha avuto nel permettere a noi italiani di conoscere l’unica più alta e inarrivabile, lei, Emily Dickinson essendone il traduttore e lo scopritore, lui, Silvio Raffo.

Ho amabilmente parlato e ricevuto i complimenti a “Io celebro la notte” (da lui considerata precisa e essenziale al pari di una poesia inglese) lui,uomo elegante e ineguagliabile, nello stile nel parlare nell’essere, in presenza del quale si è improvvisamente catapultati in un’atmosfera di altri tempi, quelli della raffinatezza, del bello, della gentilezza, dell’inimitabile savoir faire.

Daniela Rampa, moglie del grande Vito Riviello era con noi e mi suggerì di chiedere a  Silvio Raffo di tradurla in inglese e è ciò che ho fatto ma aspetto ancora!

Con vero piacere ripropongo qui quella poesia scritta in una notte insonne e lunga tanto quanto basta a dire addio a un amore dolorosissimo e insidioso che non si decideva a abbandonare il mio cuore il mio animo la mia vita rendendoli tristi e annaspanti. Esprimo un saluto gridandolo affinché lo possa sentire, a colui che ormai non è più con noi ma che è stato tra i più grandi animatori della cultura romana: Simone Carella e infine il mio grazie è rivolto come sempre e mai scontatamente a VOI miei lettori adorati!

IO CELEBRO LA NOTTE

Io celebro la notte

nei vasti oscuri ristagni

nei luoghi dei sepolti giorni

Io celebro la mia notte

addensata da gemme cuneiformi

i cui spigoli mi hanno lesa

fino a penetrarmi il cuore

Io celebro tutte le mie notti

dell’insonnia

del non luogo

del duplice taglio

infertomi e inferto

Io celebro la notte

del luogo ove mi rinchiusi

accaldata non osai riemergere

la terra così bene mi aveva accolta

del giorno e della sua luce

non assaporai che il tormento

Io celebro la notte

dell’iniziale giorno

quando tutto ormai è accaduto

il tempo esacerbato il mio animo

la vita compiuto il suo corso

Io abbraccio il nuovo

Io estendo lo sguardo

amplio gli orizzonti

Io non rinuncio a vivere non più

*

I celebrate the night

In the vast dark stays

In the places of the buried days

I celebrate my night

Thickened by cuneiform gems

Whose edges have hurt me

Until to penetrate my heart

I celebrate all my nights

Of the insomnia

Of no place

Of the double cut

Given and suffered

I celebrate the night

Of the place where I was locked in

Heated I did not dare to re-emerge

The earth so well received me

Of the day and of his light

I did not taste that torment

I celebrate the night

The starting day

When all this has happened

Time exacerbated my soul

The life done his course

I embrace the new one

I look out

I brohaden the horizons

I don’t give up living not anymore

Rossella Pompeo

Se

Se nel corpo entra

l’angelo

il tulipano fiorisce

di giallo

Se nel corpo entra

l’angelo

non cesserà

d’esserci il sole

Se nel corpo entra

l’angelo

ogni fessura

sarà occhio

Se nel corpo entra

l’angelo

il prato sarà

continuamente irrigato

Se nel corpo entra

l’angelo

purificherà donando

renderà unici

Se nel mio corpo

entra l’angleo

come ogni giorno

lascio che sia

Sarò incalpestabile distesa

ruscello ininterrotto

margherita dalla corolla

luminosa

Fluirò nell’aria

sarò imprendibile

perdonerò senza sosta

A M E R O’

Rossella Pompeo

*

IF

If in the body enters

the angel

the tulip blooms

of yellow

If in the body enters

the angel

it will not cease

to be the sun

If in the body enters

the angel

every slit

will be eye

If in the body enters

the angel

the lawn will be

continuously irrigated

If in the body enters

the angel

it will purify donating

it will make unique

If in my body

the angel enters

like every day

I let it be
I will be exaggerated expanse

uninterrupted stream

daisy with a bright

corolla

I will flow in the air

I will be unmanageable

I will forgive uninterruptedly

I W I L L  L O V E

Rossella Pompeo

LUIGI MALERBA, A UN SOFFIO DALL’INFINITO

Le parole di Luigi Malerba entrarono in casa mia, o meglio in quella di mia mamma, in una veste alquanto altezzosa e apparendomi rilegate in una preziosa e pregiata edizione in pelle e di colore rosso; con il nome del loro autore, altrettanto notabile, perché inciso sulla copertina in caratteri dorati.

Non erano le parole di Malerba le sole che scoprivo perché in loro compagnia c’erano anche quelle di Dostoevskij e delle sue “Notti bianche” de “La pelle” di Curzio Malaparte,  o quelle di “Ferito a morte” di Raffaele La Capria, insieme a altri stimati scrittori italiani e molti che forse sono e resteranno ancora a me ignoti. L’edizione era presumibilmente di quelle che mia mamma pagava forse a rate, come era d’uso un tempo o forse no: acquistati tutti e in una volta i volumi e per sempre ma non credo che’, mia mamma, e questo lo avrei scoperto negli anni della mia crescita, aveva una predilezione per i pagamenti rateali; tanto in voga negli anni ottanta. Anche se i soldi li aveva, era, come dire, cautezza la sua?

Accanto ai libri acquistati a rate c’erano l’aspirapolvere Folletto, per dirne una, o ancora i prodotti della Stanhome ma forse quelli no, non erano rateizzabili. Comunque quello dei libri di cui mia madre amava tanto ornare gli scaffali delle librerie della casa, era un dono preziosissimo al quale ho fatto ricorso più che spesso: sempre. Del resto per lei erano soprattutto elementi di arredo perché in verità non l’ho mai scoperta intenta a leggerne uno dei tanti.

Oltre a quei numerosissimi volumi tutti in serie e uguali, rivestiti di rossa pelle delle Edizioni Bompiani, c’erano i libroni più grandi e più pesanti per me che bambina ci ficcavo il naso dentro, e erano altrettanto interessanti ma, di più facile approccio essendo libri di fotografie etniche dedicati cioè allo studio delle popolazioni di tutto il mondo. E scoprivo volti tatuati e lobi di orecchie lunghissimi e foratissimi sui quali penzolavano orecchini e collane colorate e insolite. Questi volumi, immagino, venissero regalati come premio per l’aver compiuto una spesa più grande e più ingente di denaro almeno, spesso accadeva così.

E Luigi Malerba lo conobbi un po’ meglio leggendone “Il serpente” o “Il pataffio” riscoprendone adulta le parole ogni qual volta mi recassi per le vacanze estive o invernali da mia mamma. Inconsapevolmente lei, ha concorso a alimentare quella immane curiosità che mi ha sempre spinta verso i libri, ciascun libro potessero i miei occhi incontrare. Ecco una delle tante motivazioni per cui non scelsi di studiare Lettere bensì Giurisprudenza. Avrei finito con il leggere libri imposti e non libri autonomamente scelti e mi sarei ridotta a odiarle quelle letture obbligate come era accaduto con quelle della scuola superiore.

Ma Malerba mi aveva affascinata e stasera, in occasione della presentazione del Meridiano Mondadori dedicato a parte della sua opera, ho potuto riassaporare vecchi ricordi e sensazioni ormai svanite. Sentirne parlare da Ermanno Cavazzoni che ne ha sottolineato la pregnante comicità, importante e determinante come di buona parte della nostra letteratura italiana a partire dal Decamerone o dallo stesso Dante. Quella comicità usata per accelerare i tempi; quell’apparire di Malerba come di un essere “sghembo” qualcuno che ama superare confini e definizioni e rendersi per l’appunto fuori da ogni schema stilistico, come lo ha bene definito Elisabetta Rasy parlandoci di lui come di una persona amica, che intervistò più volte, e che amava il Medioevo e appariva riluttante nei confronti della modernità. Quel Medioevo a misura d’uomo che si sarebbero divisi in due, lui e Umberto Eco, come ci ha poi svelato, a fine serata, Paolo Mauri e quella consapevolezza dell’immanenza di un infinito che lo avrebbe portato a definire la realtà come una pura finzione, ispirandosi più che a un principio di realtà, agli effetti da essa prodotti, secondo quanto scritto da Malerba e lettoci con fervente stupore da Raffaele Manica presente insieme a Andrea Cortellessa il quale, conobbe Malerba in occasione della scrittura di un libro dedicato a Beckett e per il quale lo intervistò.

Le parole di Malerba, nella sua nuova veste sempre sì di pelle ma stavolta blu e non rossa perché contenute nel Meridiano Mondadori, continueranno a accompagnarmi insieme a un altro importante libro a lui dedicato ma che comprai autonomamente perché adulta e che perciò appare fra i libri della mia personale libreria: “Parole al vento” edito Manni Editori, curato da Giovanna, sua figlia e che avevo dimenticato di possedere.

Da “Parole al vento” leggo qualcosa di quanto mai attuale e necessario gridare a ogni intellettuale contemporaneo: “Personalmente penso che uno scrittore deve stare sempre all’opposizione: nel senso di contribuire alla coscienza critica della società nella quale vive […] Lo scrittore proprio perché non viene quasi mai ammesso negli organismi del potere, può esercitare con assoluta libertà e indipendenza le sue capacità di persuasione. Purtroppo è successo troppe volte che, nei momenti in cui sarebbe più utile il suo intervento, lo scrittore si defila e tace o, peggio ancora, si schiera con i più forti. L’individuo può essere vile ma la cosa più importante è che il conformismo o la viltà non guastino la sua opera. Gadda era un uomo pavido e politicamente reazionario, ma nei suoi libri era straordinariamente coraggioso, perfino violento. Ed è questo che conta. Ezra Pound e Céline hanno assunto in politica atteggiamenti riprovevoli, ma vanno giudicati come scrittori.”

Insomma i libri sono incontri che fai senza ricercarli, incontri che dischiudono meraviglia e stupore, incontri che ti aprono porte e accendono realtà, incontri, come quello di stasera, conclusosi con un altrettanto e inaspettata sorpresa: salire sull’autobus e ricevere un accogliente buonasera dall’autista. E non così perché proprio e solo con me, e proprio in quell’istante lì, in piazza di Torre Argentina gli andava; no, perché lui, l’autista ha salutato ognuno dei passeggeri che dalla mia salita in poi si è succeduto entrando dalla porta accanto al suo sedile dal quale ha detto a ognuno ripetendolo senza stancarsene: buonasera buonasera buonasera. E infine, meraviglia delle meraviglie, vedere un passeggero scendere appositamente dalla porta anteriore accanto all’autista, per dirgli: buonasera e grazie della sua educazione!

Sono restata sbalordita dall’inizio al termine del viaggio, non trovate sia stupefacente?

E che dire ancora dell’insolito incontro fatto dopo, al mio rientro a San Lorenzo, al Carrefour che resta aperto ininterrottamente anche di notte, con due giovani uomini arabi che già da un po’ avevo notato fermi davanti all’angolo degli ortaggi prima e della marmellata dopo, a deciderne insieme  il gusto e quindi fermi a fare la fila prima delle casse. Che dire di loro che continuavo a guardare con la coda dell’occhio ricordandomi della mia borsa priva di cerniera, pronta a accertarmi che il portafoglio ci fosse ancora, che dire; che direste voi se vedeste che, a un certo punto, uno dei due pronto a pagare i suoi prodotti, fa un gesto alla ragazzina che lo succede di passargli tutto ciò che lei regge a stento fra le mani, perché ha deciso che glielo pagherà?

E la ragazzina romana acconsente, mentre il fratellino sbarbatello con la pettinatura com’è di moda ora, dal ciuffo all’indietro leccato di gel, rasato dalle tempie alla nuca e con al lobo l’orecchino a punta di diamante, se la ride nascostamente, aggrappandosi al braccio di lei, felice come una pasqua.

Grazie Luigi Malerba e soprattutto grazie alle sue splendide donne: Anna Lapenna e Giovanna Bonardi!

Rossella Pompeo  Roma, il 26 Aprile, 2017

In between

Quale effetto produce il cinema su noi? sullo spettatore che si addentra nel buio a conoscere qualcosa che non sa e che se ne andrà forse accompagnato da suoni e sensazioni che non dimenticherà? spesso mi capita di dire arrivederci a quel buio portandomene addosso i rumori, le parole con i loro accenti e di sentirmeli tanto vicini come fossi divenuta parte anche io di quel set di quella realtà nuova più vasta e straniante. Non mi capita con tutti i film ma con questo sì ed è allora che capisco tutta l’importanza per noi che vogliamo ancora sognare, della ritualità di cui il cinema è intriso.

*

What effect does cinema make on us? On the spectator who goes into the darkness to know something he does not know taking away with him sounds and feelings that he will perhaps never forget? I often say hello to that darkness bringing with me the noises, the words with their accents, and hearing them as close as I have become part of that set of that new, wider and strange reality. It does not happen to me with all the movies but with this yes and that is the occasion I understand all the importance for us who want still to dream, the rituality of which cinema is intruded.

The sad land

The first was the
root
the first born as
soon as the
light had
heated the
land
The first was the
root
ticked with the
first moon
she had sucked up
till to dry up
every drop
The first born was the
root
remained accomplice of the
soil
long time only she and
he
the sad land
reborn
And she, the first born
she, the root
had profited roots
over roots
tangled tangles
of boundless roots births
from the first born
she, the
root

Rossella Pompeo