La difficile ma fruttuosa strada della compassione

Riflettevo su quanto ci faccia sentire vicini l’avvenuto attacco terroristico. Su quanto potere abbia di indurci a immaginare la possibilità di un nuovo e ulteriore attacco proprio lì dove siamo, dove ci troviamo, dove vorremmo andare e su quanto si accorcino improvvisamente le distanze; rendendo apparentemente privi di confini i territori da noi abitati. Ci fa sentire svelati, privi di protezione e esposti come i corpi divenissero uniti e si manifestassero in un unico corpo gigantesco e solo (il corpo della vittima dolorante e afflitta) e loro, i pochi, sparuti di numero, i più forti e imprevedibilmente i più violenti.

Come si potrebbe ovviare a una tale impotenza? Come poter renderla potenza di noi tutti contro quei pochi? Come annullare il termine violenza; frantumarlo sbriciolarlo eliminarlo? E’ possibile vivere in un mondo interamente pacifico? Sarebbe auspicabile piuttosto utopico ma non impossibile. Sicuramente però alla nostra impotenza dinanzi ad attacchi di simile portata, corrisponde una forza e una capacità che ciascuno di noi ha nel suo quotidiano, di risolvere pacificamente ispirandosi al sano principio della compassione, i piccoli battibecchi, i litigi e le controversie.  I più distanti e internazionali conflitti altro non sono infatti che il riflesso delle nostre piccole liti giornaliere. E non appena mettiamo il naso fuori di casa come non sentirci preda di quella non tanto sottile ma ahimè sempre e più visibile tendenza della più parte a irritarsi, a infastidirsi per un nonnulla e a ingenerare ulteriore reazione affatto placata ma agguerrita ancora e di più?

Soprattutto da parte di coloro preposti al rapporto con il pubblico e quindi in teoria più predisposti e inclini all’ascolto e al sorriso, si riceve invece una risposta sgarbata, un fare infastidito alla prima domanda rivolta non prevista. Assistiamo, quanto meno qui a Roma, dove l’afflusso di persone pare raddoppiarsi di continuo, alla cancellazione delle norme del quieto e sano vivere che reciprocamente andrebbero rispettate. Tutto sconvolto il senso civico in favore di una animalesca e sregolata condotta.

E poi c’è chi pretende di parlare di regole e dell’importanza del loro rispetto, assumendo un atteggiamento equivalente, se non più maleducato, di quello di colui che per primo parrebbe non averle rispettate. E’ così che si instaura una gara al fastidio, una tendenza a dire cosa sarebbe giusto fare partendo dalla errata visione che, solo quanto da noi affermato è corretto e vero. Privati di quel senso compassionevole che, prima e ancora delle presunte regole, dovrebbe indirizzarci a guardare l’uomo e la sofferenza sottesa che il suo gesto vuole comunicarci; siamo tutti con il dito puntato a individuare l’errore altrui ma come non accorgerci che, quello stesso dito, lo teniamo puntato dapprima proprio verso noi stessi?

Siamo noi per primi un’arma capace di ferire noi stessi, in una società che ci vuole ridurre alle categorie di giusto e sbagliato, ci incasella, ci vuole rispondenti a modelli estranei all’umanità, siamo sempre in preda all’errore e quindi da giudicare. In una simile società dove non c’è più spazio per l’essere libero e appieno ciò che si è, appare difficilissimo stimarsi e stimare qualcun altro, a prescindere dal suo comportamento ma soltanto perché è un essere umano come noi.

In onore di tutte le vittime del mondo sforziamoci di essere i primi ad agire per la pace!

Rossella Pompeo

 

The dancing oleander

Mia madre, quando siamo in presenza di un oleandro, mi racconta sempre come fosse la prima volta, che nei giorni in cui era incinta di me, ne raccolse un ramoscello in autostrada e lo trapianto’ in un vaso. “Quell’oleandro” ormai albero, ogni volta che siamo nel suo giardino, me lo indica aggiungendo: “ha la tua età!” Le passioni materne sono del sano nutrimento!

@rossphoto’s : un oleandro in fiore e la luna

*

My mother, when we are in presence of an oleander, tells me how it wasalways the first time, that when she was pregnant with me, picked up a twig on the highway and transplanted it in a vase. “That oleander”, whenever we are in her garden, tells me, adding: “It’s your age!” Mother’s passions are of healthy nourishment!

@rossphoto’s :  a bloom oleander and the moon

Primavera di spighe

Il primo agosto del 2017 sono andata per la prima volta a vedere uno spettacolo di teatro nel posto meraviglioso che ha nome: “I giardini della Filarmonica”. Ero ospite di A. B. regista teatrale e abbiamo assistito alla messa in scena di: “Medea” per la regia di Antonio Tarantino.  Ad inizio spettacolo il primo pensiero è stato quello di comprendere la ragione per la quale  le persone non amano più tanto andare a teatro. Lugubre, disperante, intriso di una schematica rigidità, di voci che urlano voci che urlano voci che u r l a n o e non si parlano e non si parlano e non si parlano. L’incomunicabilità, la severità del vivere, l’immigrazione, le barbe dei musulmani e due attrici come venissero dopo, per ultime; loro le protagoniste asciugate – prosciugate da un testo che le sopprime, le vuole nere: carcerata e carceriera; prive di amore in un mondo apparentemente inidoneo all’amore si incontrano ma per un solo istante è compartecipazione. Io che guardo le stelle di un cielo d’agosto immaginando di scapparmene lassù, diventare parte del cosmo che quasi pesantemente ci tiene in lui racchiusi. Ridiscendo a terra riconciliata e appagata da una forza dirompente e d’un tratto una lacrima mi vela il viso e penso solo all’amore come possibile soluzione del tutto; a ricucire gli strappi; a lenire le ferite e mi affretto a cercare il taccuino nella borsetta e ad annotare: Primavera di spighe.  Compiamo il rituale del gesto di recarci nei camerini per i saluti alle attrici: Annalisa Insardà, fresca, inocente, camaleontica; “sei sempre stata una solitaria” le dice A. “selettiva” replica lei.  Si rinnovano i volti, dagli occhi lo sguardo trapela piu’ vivo, l’effetto catartico del teatro? Mi soffermo a guardare il cartellone all’uscita e dico arrivederci, arrivederci Giardini augurali della Filarmonica, a domani con il grande Sergio Tofano raccontato da Pino Strabioli.

 

Quella casualità che non è casualità

Quando guardare un film al cinema ti fa ringraziare chi l’ha inventato quel cinema e andar via uscendo dalla sala, dopo che i titoli di coda apparsi e scomparsi nel rosa delicato e particolarissimi, sono piacevole scoperta; dopo esser restata seduta sprofondando fino all’ultima nota di una canzone difficile da lasciare in un’estasi appena vissuta ma che si protrarrà fino al giorno dopo facendoti oscillare fra realtà e illusione.  E nel film: “Un appuntamento per la sposa” (che in inglese porta giustamente il titolo: “Through the Wall“)  Machal la protagonista, non fa che vivere una costante tensione; estrema spesso fastidiosa (per chi si riconosce in lei soltanto o per tutti?) fra cielo e terra. E come a voler unire la disgiunzione, quella maledetta frattura che rende dissociati e perduti nella disperazione, talvolta fino a divorare rendendo capaci di appellarsi scemi e diversi, appare un muro: quella tensione fortissima e intollerabile si scioglierà, si ricomporrà la dialettica: testa/cuore e quella discrepanza quella crepa, si sanerà. L’infinito abissale che separa cielo e terra e che in noi prende il nome di angoscia, ansia, potrà come per incanto ricongiungersi nell’essere umano che ne è preda, attraverso qualcosa che bizzarramente, è usato ma per dividere: il muro. Il famoso muro del pianto e uno sfogo su quello stesso muro su cui si lascia si abbandona qualcosa; cui si implora qualcosa; cui si dice infine arrivederci sentendosi come nuovi perché magicamente quell’alta sponda ha unito ciò che non lo era più. Una ritualità fra religione e magia domina il film cui si accompagna una dose eccessiva di dialogo mentale trasposto senza filtri da una protagonista che ha scelto di essere appieno ciò che è senza riparo, di raccontarsi all’altro senza più freni o bugie che fungano da difesa. Quando guardare un film ti mostra ricordandotelo che basta una, un’unica scena, un ultimo primo piano che diventa primissimo della protagonista, per raccontare lo scorrere di anni. Quando il giorno seguente al film ti appare nitida la scena in cui le donne danzano e sono felici e condividono un momento che è unico e imperdibile; e la purezza, quel senso di candore vitale ma spesso inesistente nei film, ti ha contagiata e quella regista Rama Burshtein ha saputo raccontare intelligentemente le donne e la sua religione: l’ebraismo ortodosso. Ma il film svela alcune incongruenze, qualcosa che al momento forse percepisci ma è troppa la curiosità di vedere come va a finire che ti viene impedito di giudicarle e di avvertirle come fastidiose ma ci sono e resteranno: il lavoro della protagonista, per esempio, si addice malissimo al suo ruolo di donna seria e salvo un coniglio fra le sue mani che appare in una scena, unica dell’inizio, il serpente che lei maneggia con disinvoltura, il modo in cui si veste, elegante e da ragazza per bene, l’ignoranza della parola ”droga” rende forse ridicolo il soggetto ma c’è consapevolezza o meno in questo? O è una sottile metafora sulla religione e su una donna osservante che vorrebbe essere alternativa e ribelle ma non riuscendoci del tutto, perché la morale ebraica glielo impedisce …? insomma ci sono troppi segnali di richiami a condizioni umane legate alla religione che purtroppo non so interpretare ma avverto, avverto prepotentemente.

RossellaPompeo

Io celebro la notte

E’ trascorso qualche anno, due, per l’esattezza, da quel Festival: “Entropia” tenutosi a Roma presso l’Ex Mattatoio di Testaccio e soltanto oggi ne ricevo il ricordo! La foto è di Dino Ignani e io sono intenta a leggere: “Io celebro la notte” non scritta per l’occasione ma scelta per festeggiare la poesia in una delle serate romane di fine agosto. Lunga fu l’attesa di salire su quel palco immenso e prepotente(mente) maestoso e io non degna del nome rock star come coloro che presumibilmente ne sono ospitati. Ho fatto del mio meglio e la luna ha illuminato tutti i poeti presenti a attendere ciascuno il suo turno e così io attendevo e conoscevo un poeta, un romanziere, un uomo affascinante e essenziale per non dire fondamentale della poesia visto il ruolo che ha avuto nel permettere a noi italiani di conoscere l’unica più alta e inarrivabile, lei, Emily Dickinson essendone il traduttore e lo scopritore, lui, Silvio Raffo.

Ho amabilmente parlato e ricevuto i complimenti a “Io celebro la notte” (da lui considerata precisa e essenziale al pari di una poesia inglese) lui,uomo elegante e ineguagliabile, nello stile nel parlare nell’essere, in presenza del quale si è improvvisamente catapultati in un’atmosfera di altri tempi, quelli della raffinatezza, del bello, della gentilezza, dell’inimitabile savoir faire.

Daniela Rampa, moglie del grande Vito Riviello era con noi e mi suggerì di chiedere a  Silvio Raffo di tradurla in inglese e è ciò che ho fatto ma aspetto ancora!

Con vero piacere ripropongo qui quella poesia scritta in una notte insonne e lunga tanto quanto basta a dire addio a un amore dolorosissimo e insidioso che non si decideva a abbandonare il mio cuore il mio animo la mia vita rendendoli tristi e annaspanti. Esprimo un saluto gridandolo affinché lo possa sentire, a colui che ormai non è più con noi ma che è stato tra i più grandi animatori della cultura romana: Simone Carella e infine il mio grazie è rivolto come sempre e mai scontatamente a VOI miei lettori adorati!

IO CELEBRO LA NOTTE

Io celebro la notte

nei vasti oscuri ristagni

nei luoghi dei sepolti giorni

Io celebro la mia notte

addensata da gemme cuneiformi

i cui spigoli mi hanno lesa

fino a penetrarmi il cuore

Io celebro tutte le mie notti

dell’insonnia

del non luogo

del duplice taglio

infertomi e inferto

Io celebro la notte

del luogo ove mi rinchiusi

accaldata non osai riemergere

la terra così bene mi aveva accolta

del giorno e della sua luce

non assaporai che il tormento

Io celebro la notte

dell’iniziale giorno

quando tutto ormai è accaduto

il tempo esacerbato il mio animo

la vita compiuto il suo corso

Io abbraccio il nuovo

Io estendo lo sguardo

amplio gli orizzonti

Io non rinuncio a vivere non più

*

I celebrate the night

In the vast dark stays

In the places of the buried days

I celebrate my night

Thickened by cuneiform gems

Whose edges have hurt me

Until to penetrate my heart

I celebrate all my nights

Of the insomnia

Of no place

Of the double cut

Given and suffered

I celebrate the night

Of the place where I was locked in

Heated I did not dare to re-emerge

The earth so well received me

Of the day and of his light

I did not taste that torment

I celebrate the night

The starting day

When all this has happened

Time exacerbated my soul

The life done his course

I embrace the new one

I look out

I brohaden the horizons

I don’t give up living not anymore

Rossella Pompeo

Se

Se nel corpo entra

l’angelo

il tulipano fiorisce

di giallo

Se nel corpo entra

l’angelo

non cesserà

d’esserci il sole

Se nel corpo entra

l’angelo

ogni fessura

sarà occhio

Se nel corpo entra

l’angelo

il prato sarà

continuamente irrigato

Se nel corpo entra

l’angelo

purificherà donando

renderà unici

Se nel mio corpo

entra l’angleo

come ogni giorno

lascio che sia

Sarò incalpestabile distesa

ruscello ininterrotto

margherita dalla corolla

luminosa

Fluirò nell’aria

sarò imprendibile

perdonerò senza sosta

A M E R O’

Rossella Pompeo

*

IF

If in the body enters

the angel

the tulip blooms

of yellow

If in the body enters

the angel

it will not cease

to be the sun

If in the body enters

the angel

every slit

will be eye

If in the body enters

the angel

the lawn will be

continuously irrigated

If in the body enters

the angel

it will purify donating

it will make unique

If in my body

the angel enters

like every day

I let it be
I will be exaggerated expanse

uninterrupted stream

daisy with a bright

corolla

I will flow in the air

I will be unmanageable

I will forgive uninterruptedly

I W I L L  L O V E

Rossella Pompeo