“E’ solo la fine del mondo” ma nessuno lo saprà

“E’ solo la fine del mondo” ma nessuno lo saprà, almeno per il momento. Non c’è rabbia ma forza in lui. E’ la forza della rassegnazione ad accompagnare Louis, il protagonista, che si catapulta nel passato trascinando con sè la famiglia di origine. Uno psicodramma a dir poco commovente, coinvolgente a tratti struggente, fa rivivere ai protagonisti vecchi e mai risolti drammi famigliari.

Sorrentino inizia a riecheggiare nelle pellicole delle nuove generazioni, come fosse già un Fellini di antica memoria. Come nei film del regista partenopeo, qui la musica irrompe esplodendo ad un volume inconsueto per interrompere la narrazione e stupire, catapultando in un mondo surreale o quanto meno sognato, come accade a Louis.

A ciò Dolan come Sorrentino, unisce un tempo di ripresa rallentato e inquadrature dal basso come quelle usate per inquadrare il plaid, in ricordo degli antichi pic-nic di famiglia, che vola nel cielo quasi a volerlo sfiorare e che ricordano la scena della pallavolista ne “L’amico di famiglia”.

Sorrentino ci ha saputo sorprendere inoltre con un gatto bianco e sornione e lussureggiante che appare nel film “Il divo”e Dolan facendo sbattere un cuculo, casualmente inseritosi nella scena finale, da una parete all’altra dello stretto corridoio domestico, in un andirivieni disorientato e disorientante, scandito dal suono di un orologio a cucù dal quale parrebbe presumibilmente uscitosene, a voler preannunciare appunto, la fine; morendosene a terra dopo i vari schianti, lasciando per sempre al pari del protagonista Louis, il suo nido.

Non aveva usato Sorrentino il gatto per introdurre quella che per Andreotti era sì la sua settima, ma ultima elezione alla Presidenza del Consiglio?

Di Sorrentino mi bastò vedere L’amico di famiglia e Il divo per intuire che non c’era più nient’altro che i suoi film avrebbero saputo dirmi; le sue scene ad effetto viste una volta sarebbero risultate scontate mentre Dolan ha i contenuti, la costruzione dei dialoghi, l’emotività che fa vibrare la trama ma c’è un perché, il film è stato tratto infatti da una pièce del 1990 di Jean-Luc Lagarce, drammaturgo francese morto di AIDS nel 1995 (in Francia i suoi drammi sono i più portati in scena dopo quelli di Molière).

Rossella – Roma, l’11 Dicembre 2016

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